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21 marzo 2020 - La “Giornata Nazionale della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime di mafie” è giunta alla sua 25ª edizione. Mai nulla, fin'ora, ha impedito alle migliaia di persone di presidiare nelle principali piazze del Paese. Quest'anno, date le restrizioni per l'emergenza sanitaria che impedisce qualsiasi forma di manifestazioni, la consueta marcia è stata posticipata. Intanto, anche se non fisicamente, l'Italia intera si è radunata sui social in un'unica “piazza virtuale” dove si aggregano volti, nomi e associazioni, per donare un fiore alle vittime innocenti.

21 marzo

21 marzo 2020, XXV Giornata della Memoria e dell'Impegno

Era il 1996 quando Don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera contro le mafie, accolse l'umile richiesta della madre di Antonino Montinaro (caposquadra della scorta di Giovanni Falcone) che gli chiese in lacrime: “Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai?”. Da allora, diventò annuale l’appuntamento in cui vengono ricordate nome per nome tutte le vittime

21 marzo

"Oggi saremmo dovuti stare per le strade di Palermo insieme a don Luigi Ciotti e a Libera. - dichiara Carmen Del Core, presidente del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti, nel suo post sui social. - E allora, cari familiari, anche se distanti, marciamo idealmente insieme. Leggiamo i nomi delle nostre vittime, una ad una, e quando la grave emergenza sanitaria sarà finita, abbracciamoci più forte. Loro, le nostre vittime, sono certa che lo stiano già facendo".

21 marzo

Un giorno troppo importante per rinunciarvi. Nonostante l'emergenza di cui occuparsi, non manca il consueto messaggio del Capo dello Stato Sergio Mattarella: "Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali. Si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità. Sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo". Poi, come una promessa, continua: "Sconfiggeremo ed estirperemo le mafie. Con l’azione delle istituzioni, con la coesione delle comunità, con il protagonismo dei cittadini". 

Quei nomi, tutti i nomi, sono impressi nella nostra storia e nulla potrà cancellarli.

Il video-messaggio di Don Luigi Ciotti per questo 21 marzo

21 marzo

"Palermo era pronta per raccogliere migliaia di persone, ma sarà pronta altrettanto a ottobre. - Annuncia il portavoce di Libera. - Oggi siamo chiamati a far la nostra parte adottando comportamenti responsabili, seguendo tutte le misure necessarie. Spero che questo virus sia al più presto contenuto e debellato. Ma attenzione!". Don Luigi continua con il lungo elenco di parassiti sociali che spesso non notiamo per l'abitudine nel conviverci. "Il senso di solidarietà che proviamo adesso sotto la minaccia del virus deve sopravvivere ad esso. Trasformarsi in un impegno collettivo per costruire un mondo più giusto, più umano, più uguale. Un mondo senza muri, un mondo che permette e promuove la prossimità".

Il Video-messaggio di don Luigi Ciotti

21 marzo

La speranza è che questo continuo desiderio di comunicare e connettersi per colmare le distanze perseverino annullando quelle distanze sociali ed economiche che appartengono al nostro tempo.
"Anche quest'anno, nonostante la situazione, che sia una memoria viva! - Prosegue don Ciotti portandosi verso la conclusione. - Dobbiamo ricordarli tutti per nome. Un nome è lo scrigno della nostra unicità e diversità. Ogni nome racchiude storie, speranze, incontri, emozioni".

La speranza è un cammino da percorrere e, prima ancora, da tracciare insieme. La speranza è di tutti o non è speranza.

21 marzo

Memoria: i nomi delle 1023 vittime innocenti in Italia

1023 persone uccise dalla mano criminale dal 1878 a oggi. Un numero aumenta di anno in anno. Dalla scorsa primavera se ne sono aggiunti altri 12 e, l'evolversi della criminalità, non lascia presagire una fine alla conta. Che siano stati per dovere, per aver denunciato, per il terrorismo o nelle stragi. Morti, uccisi da un proiettile vagante o per uno scambio di persona. Comuni civili a cui è stata tolta la vita dall'arroganza criminale perché testimoni oculari o per aver "offeso" un amico o parente di malavitosi. Uomini e donne ammazzati dalla mentalità violenta di chi vuole prevalere sul prossimo. 

21 marzo

Sii anche tu testimone di legalità. In allegato, l'elenco di tutti i nomi cosicché anche tu possa leggerli e fare memoria delle 1023 persone accomunate e legate tra loro da quell'appellativo che li ha resi eternamente vivi

Vittima innocente

 

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8 febbraio 2020, Casal di Principe - Le porte dello stadio "Angelo Scalzone" si sono aperte per accogliere la manifestazione sportiva "Fai gol per la memoria". Una partita di calcio per ricordare Antonio Petito, vittima innocente della camorra casalese. Una rappresentanza dei familiari delle vittime innocenti della Campania e gli impiegati comunali di Casal di Principe, si sono sfidati per ricordare il ragazzo di 20 anni strappato alla vita dalla mano criminale. Presenti all'evento, per stringersi al dolore della famiglia Petito, le Istituzioni, le associazioni e una rappresentanza scolastica.

locandina Antonio Petito

Dopo i consueti saluti Istituzionali, Mario Petito, papà di Antonio, dà il calcio di inizio. L’iniziativa è stata promossa dalla stretta interazione e collaborazione di: Fondazione Polis, Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti, Comitato don Peppe Diana, Federazione Antiracket, Libera contro le mafie, Comune di Casal di Principe. Nell'intervallo tra i due tempi della partita, in un'area verde dello stadio, è stato piantato un albero di Leccio intitolato al giovane Antonio Petito. "È un albero le cui radici affondano in profondità rendendo l'albero stabile e forte, proprio come la memoria per Antonio" afferma Renato Natale, Sindaco di Casal di Principe, durante la piantumazione. La partita si conclude 7 - 5 per la squadra di casa. Presenti all'evento anche:

  • Valerio Taglione, coordinatore del Comitato don Peppe Diana. "Ricordiamo Antonio Petito, ragazzo di vent'anni ucciso in maniera atroce. In campo ci sono i familiari delle vittime che hanno deciso che il loro dolore va raccontato e vissuto in mezzo alla gente, per costruire qualcosa di diverso in queste terre".
  • Luigi Frunzio, Procuratore della Repubblica aggiunto del Tribunale di Napoli. "Queste iniziative servono a tenere viva la memoria su fatti drammatici. La criminalità è sempre più ridotta in un angolo ma, purtroppo, lo spazio per i criminali c’è sempre. Occorre uno sviluppo civile e sociale di questi territori per prosciugare il terreno di coltura della criminalità".
  • Carmen del Core, Presidentessa del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti. "Oggi combattiamo tutti per poter fare un unico gol, quella della memoria di Antonio Petito perché la memoria non si cancella. Dobbiamo partire dalle tragedie che hanno segnato le nostre vite per fare memoria, che è anche la forza e la capacità di coniugare il passato con il futuro".

8 febbraio 2002, il ricordo di Mario Petito, papà di Antonio

Antonio era l'ultimo di sette figli e possedeva un’officina meccanica. "Gli avevo comprato un’auto nuova che teneva sempre pulita come uno specchio. Quel giorno con i tergicristalli stava pulendo delle macchie sui vetri". Uno spruzzo d’acqua colpì un ragazzo di 13 anni che iniziò ad inveire contro Antonio. A poco servirono le giustificazioni del giovane Petito che cercò di difendersi a suo modo dalle offese. Purtroppo, quel ragazzino era il figlio del boss Bidognetti che, sentitosi oltraggiato per il gesto fatto in pubblico, minacciò Antonio «Per stasera sarai morto». Verso sera, arrivarono tre killer a bordo di un’Audi A6. Furono inviati dalla mamma del ragazzino per “difendere l’onore del clan”. Antonio Petito fu ucciso con ben 12 colpi, "una morte assurda!". 

Ad oggi, dopo oltre dieci anni e dopo l’archiviazione dell’indagine, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, hanno chiarito il movente dell’omicidio anche grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Per l’omicidio sono state emesse ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei tre esecutori materiali.

Leggi la Storia di:  Antonio Petito

 Guarda la gallery dell'evento: "fai gol per la Memoria" - memorial Antonio Petito 2020

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Mercoledì 29 gennaio, presso il centro sportivo Kodokan di Napoli si è svolto il 12° memorial Giuseppe Veropalumbo. L'Associazione Giuseppe Veropalumbo, la FAI antiracket e la Polizia Municipale si sono sfidati in un triangolare di calcio per ricordare il valore della giustizia e della memoria di Giuseppe Veropalumbo e di tutte le vittime innocenti della criminalità.

Prima del calcio di inizio, prende la parola Samuele Ciambriello, garante dei detenuti per la Regione Campania. "Speriamo di avere a breve giustizia e verità affinché si possa sanare questa cicatrice. Ringrazio Carmela e gli altri familiari per il contributo che portano nelle carceri nel raccontare le loro storie. In quei luoghi si parla di un progetto di uguaglianza, di opportunità che va aldilà della giustizia riparatoria".

Intervenuti all'evento anche:

  • Ciro Borriello, assessore allo sport comune di Napoli;
  • Ciro Esposito, comandante della polizia municipale;
  • Gianfranco Wurzburger, presidente dell'associazione "Assogioca";
  • Forcella Antonio Raio, presidente associazione commercianti;
  • Ivo Poggiani, presidente della terza Municipalità;
  • Antonio d'Amore, referente provinciale di Libera;
  • Gino Monteleone del coordinamento Lotta per il lavoro.


Presenti anche una rappresentanza dell'ASD Sanità United, del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti e della FAI anti-racket, oltre alla partecipazione di una classe della scuola media "Ammaturo – Cacciottoli" di Napoli. Insieme, uniti per gioire della vittoria, simbolica, della squadra della Polizia Municipale, seguita dalle premiazioni e dai ringraziamenti conclusivi di Carmela: "grazie a tutti coloro i quali hanno reso possibile lo svolgersi di questa manifestazione. Gli sponsor, le associazioni, le persone. Ma un ringraziamento speciale ai padroni di casa di Kodokan sport per esserci stati vicini".

31 dicembre 2007, il ricordo di Carmela

"Verso le 23:00 ero in cucina con mia suocera a preparare il caffè. All'improvviso sentimmo il caos. All'inizio pensammo fossero i bambini che ballavano nella stanza di fianco, poi riconoscemmo che stavano spostando sedie e tavoli con forza accompagnate dalle urla di tutti". In cucina entrò la sorella di Carmela con Ludovica in braccio che agitatamente dice alle due donne di non andare dall'altra parte della casa. Il suo volto di terrore è seguito dalle grida degli altri ospiti preoccupandole. Poi si videro arrivare i fratelli delle donne con Giuseppe sottobraccio e stenderlo nel salone principale. "Alla vista di mio marito, mi gettai su di lui per soccorrerlo pensando a un malore. Il suo maglione era sporco di sangue. Accorsero tutti, anche i vicini di casa ma nessuno, nonostante il sangue, aveva capito cosa fosse successo".

La corsa verso l'ospedale di Boscotrecase era monitorata telefonicamente tra chi era rimasto a casa con Carmela e chi aveva seguito Giuseppe. Poi la rivelazione, al telefono una zia esclama: "ma allora l'hanno sparato!". Come una doccia fredda Carmela realizza la notizia. Dal racconto dei familiari: Giuseppe si alzò di colpo mettendosi una mano sul petto per poi accasciarsi sul tavolo. Nel caos dei primi botti, della musica, della confusione, nessuno aveva riconosciuto gli spari. "Così iniziammo a cercare indizi nella stanza dove avevamo cenato per capire di più e, solo allora, ci rendemmo conto che il vetro del balcone aveva un foro". L'infisso a doppio vetro non si crepò quando il proiettile lo attraversò. Un dettaglio che passò inosservato a tutti. Erano circa le 3:00 quando arrivò la notizia definitiva: Giuseppe non ce l'ha fatta.

12 anni di Memoria alla ricerca della giustizia

"Perché hanno ammazzato Giuseppe? Quale colpa ha per meritare questa morte? Cosa abbiamo sbagliato?" Più passa il tempo e più domande si aggiungono. Riflessioni che, fondamentalmente, non hanno una risposta razionale che giustifichi tutto questo. Al contempo la continua ricerca di verità e il desiderio di giustizia hanno dato a Carmela la forza di combattere in tutti questi anni. Le indagini, che più volte sono state chiuse e riaperte, ad oggi cercano di rispondere a queste domande. Inoltre, nonostante la dinamica sia ben chiara grazie alle dichiarazioni dei pentiti, per lo Stato, Giuseppe Veropalumbo ancora non viene riconosciuto come vittima innocente di camorra!. Il 31 dicembre, tre rampolli del clan Gionta decidono di sparare contro il palazzo "infame" perché, grazie alle telecamere piazzate su di esso, si riuscì ad arrestare esponenti del clan, tra cui il padre di uno dei tre.

"Da sola, da dodici anni cerco di far ricordare Peppe, di non far dimenticare la sua morte innocente e sto portando la sua storia anche nelle carceri della Campania. Ai detenuti dico che da un errore si può ripartire, rimediare. Poi c'è la mia battaglia principale: far riconoscere Peppe come vittima innocente di camorra, quale è. Per farlo, è in corso un procedimento contro il ministero dell’Interno che, invece di tutelare i familiari di vittime innocenti, li costringe ad estenuanti cause. Praticamente stanno processando me, mia figlia e mio marito, anziché tutelarci". 

 

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Secondigliano ha omaggiato Gianluca Cimminiello, 31enne vittima innocente della camorra, nella decima ricorrenza del suo assassinio. L'evento si è svolto presso l'Istituto comprensivo "Sauro-Errico-Pascoli" dove, oltre ai consueti interventi, è stato valorizzato il tronco di un albero tagliato nel cortile della scuola. L'opera, realizzata dall'artista Maria Cammarota, ripercorre la memoria di Gianluca la cui vita, spezzata dalla mano criminale, continua nelle sue radici e, con esse, a camminare con i suoi familiari, i suoi affetti, le persone che rappresentano la parte sana della nostra società. 

Oggi, odio e rabbia in Susy non esistono più. "Tutto questo grazie anche a voi presenti che mi siete stati vicino e grazie a persone come Don Luigi Ciotti che mi ha insegnato e indicato la strada giusta" dichiara la donna.
"Ho imparato che la Memoria è importante perché i giovani hanno bisogno di racconto, di chiarezza, di storia documentata. I nostri ragazzi hanno bisogno di sapere da che parte stare per vincere e dove invece si perde sempre, prima o poi.
Ho imparato che un percorso di memoria non è giusto e non serve se non si include nel progetto anche il colpevole.
Le radici siamo noi, i suoi familiari, i suoi amici e attraverso noi Gianluca continua a vivere".

"Essere qui oggi è importante perché non si deve dimenticare la morte innocente di un ragazzo della nostra terra pieno di vita, di passioni che voleva una vita normale - ha dichiarato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris - ma siamo qui per stare vicino a Susy che in questi anni si è tanto impegnata per la giustizia e la verità".

2 febbraio 2010, il ricordo di Susy Cimminiello

"Quel giorno ero a casa che facevo li ultimi preparativi del mio matrimonio previsto per l'11 febbraio. Avevo un dolore alla spalla insopportabile così chiamai mia madre per un aiuto. Mi fece recapitare delle medicine che non conoscevo quindi la richiamai per consigli sull'uso. Lei era vaga e agitata e, quando le chiesi cosa avesse, mi disse di far andare mio marito dai carabinieri perché la fidanzata di Gianluca era in caserma". Poco dopo sopraggiunge anche la telefonata della sorella che mette al corrente Susy della notizia, vista dal nipote, di un morto fuori al centro di tatuaggi. "Presa dal panico, decisi di andare fuori all'attività di Gianluca. Il primo pensiero fu per il litigio del giorno prima". Ovvero, degli emissari del clan locale, si diressero da Gianluca per atti intimidatori ma, essendo il ragazzo esperto di arti marziali, furono prevalsi. "Nella folla non capivo nulla! Tra i tanti, incontrai gli amici di mio fratello ma, quando gli chiedevo dove fosse mio fratello, come risposta ottenevo solo pianti. infine la consapevolezza:- ma è Gianluca l'uomo a terra?- uno di loro affermò il mio timore, per me fu' il gelo".

Fin dal primo momento Susy e la famiglia, così come la fidanzata di Gianluca, hanno collaborato con le forze dell'ordine. "Raccontammo tutto quello che era successo nei giorni precedenti, non ci saremmo mai aspettati potessero arrivare a tanto. Avevamo paura è vero, ma per amore ho imparato a gestire la paura e a non farmi frenare. Mio fratello era un bravo ragazzo ucciso dalla camorra e io ero disposta a morire per lui affinché ottenesse giustizia".

La trasformazione del dolore

Si sente fortunata Susy ad aver conosciuto le realtà associative come Libera contro le mafie e altri familiari di vittime innocenti. Nel tempo l'han portata in scuole, manifestazioni, carceri, per raccontare la sua storia. "Questo percorso mi ha aiutato tanto a maturare il dolore. Fin dall'inizio ero piena di rabbia per l'ingiustizia ricevuta, poi, quando a due mesi dall'accaduto fu' arrestato il killer di Gianluca e iniziò il processo, ero lì in aula che lo osservavo. Era un uomo come noi. Nessun segno che potesse far intuire di essere una persona che ammazza per soldi. Così mi chiesi:- cosa mai può essere successo nella sua vita per fargli prendere questa strada?- Le tante ipotesi mi fecero man mano allontanare dalla mia rabbia e avvicinarmi alla voglia di fare qualcosa per il territorio affinché nessun altro abbia quelle mancanze che lo spingano a scegliere la strada della violenza anziché quella del lavoro onesto. Ad oggi, Susy ricopre il ruolo di Assessore della seconda Municipalità e lotta anche per i "carnefici". "Se la nostra società diventa un posto migliore, queste storie non si ripeteranno. Inoltre, il più grande gesto di rivalsa verso chi ti ferisce, è quello di sostituire le parole di odio con parole d'amore. Siamo tutti parte dello stesso mondo, tutti abbiamo fatto scelte che possono sempre cambiare finché si è vivi. Se questo mio messaggio porterà a riflettere queste persone, a capire che esiste anche una giustizia riparativa".

 

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