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Paolo Coviello

Paolo Coviello, 63 anni

Il 26 febbraio 1992 Paolo Coviello, operatore scolastico prossimo alla pensione, era in auto con suo nipote Pasquale Pagano. I due erano usciti per una commissione personale a bordo di una Renault Clio grigio chiaro. Purtroppo, l'auto era dello stesso tipo e dello stesso colore di quella di un affiliato al clan dei casalesi, obiettivo dell'agguato in cui, Paolo e Pasquale vennero uccisi per uno scambio di persona. Il gruppo di fuoco voleva vendicarsi di un torto avuto dal clan rivale ma, quella sera, crivellarono di proiettili l'auto sbagliata. 

Storico giuridico

  • Nonostante fosse chiaro fin da subito lo scambio di persona, le indagini non poterono continuare per mancanza di testimoni.
  • Nel 2015, coordinati dal PM Giovanni Conzo, i carabinieri arrestarono i responsabili grazie alle dichiarazioni dei boss pentiti. 
  • Dicembre 2015, il Tribunale di Napoli ha condannato a 20 di carcere gli esponenti della fazione del clan che aveva architettato l'agguato e all'ergastolo l'esecutore materiale.
  • Marzo 2017, la Corte d'Assise d'Appello di Napoli (quarta sezione) ha condannato quattro esponenti della famiglia camorristica Venosa, legata al clan dei Casalesi, e un quinto imputato, Francesco Carannante, per l'omicidio di Paolo Coviello e Pasquale Pagano.
  • I quattro Venosa, l'anziano Umberto, e i parenti Salvatore, Pietropaolo e Raffaele, hanno avuto sconti di pena, passando dai 20 anni in primo grado a condanne tra i 13 e i 14 anni. Tutti pentiti, emisero dichiarazioni auto-accusatorie. L'unico imputato non pentito, Francesco Carannante, ha avuto 20 anni di carcere, a fronte della condanna di ergastolo in primo grado per una lettera, inviata alla Corte,  in cui ammetteva le proprie responsabilità per il delitto e le scuse. 

Il racconto di Giuseppe Coviello, figlio di Paolo

"Quel giorno venimmo contattati dai carabinieri che ci avvisarono di -un incidente-. Ci dissero che mio padre era in ospedale ma non aggiunsero altro. Quando arrivammo sul posto scoprimmo che in realtà era già morto in ambulanza durante il tragitto. Papà era un impiegato statale, lavorava in una scuola e gli mancava davvero pochi anni alla pensione. Lui era il classico lavoratore il cui principale pensiero era quello di prendersi cura della famiglia. Ricordo che mi raccomandava sempre di frequentare ambienti tranquilli, di evitare certe zone e persone rischiose. Scoprire che fosse morto in un agguato di camorra fu' davvero assurdo".

"Solo a inizio 2015, i carabinieri ci informarono di aver arrestato gli esecutori materiali dell'agguato di mio padre. Con le dichiarazioni dei pentiti, finalmente fu' data la conferma che, purtroppo, mio padre Paolo Coviello e Pasquale Romano furono vittime di uno scambio di persona. Poco dopo, venimmo a conoscenza del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti e di Libera. Per fortuna ci sono loro a farci sentire il sostegno della parte buona della società".

I tempi della giustizia e la burocrazia sono così lunghi e contorti che lo Stato risulta assente. Proprio per questo, In questi episodi è molto importante la risposta unita e rivoluzionaria della società.

#Memoria: Eventi e intitolazioni per ricordare Paolo Coviello

  • Ogni anno, i familiari organizzano una messa, intima, in suffragio di Paolo Coviello
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Pasquale Pagano

Pasquale Pagano, 36 anni

Il 26 febbraio 1992 Pasquale Pagano, commerciante di Casapesenna, era in auto con suo zio Paolo Coviello. I due erano usciti per una commissione personale a bordo della sua Renault Clio grigio chiaro. Purtroppo, l'auto è dello stesso tipo e dello stesso colore di quella di un affiliato al clan dei casalesi, obiettivo dell'agguato in cui, Pasquale e Paolo vennero uccisi per uno scambio di persona. Il gruppo di fuoco voleva vendicarsi di un torto avuto dal clan rivale ma, quella sera, crivellarono di proiettili l'auto sbagliata. 
 

Storico giuridico

  • Nonostante fosse chiaro fin da subito lo scambio di persona, le indagini non poterono continuare per mancanza di testimoni.
  • Nel 2015, coordinati dal PM Giovanni Conzo, i carabinieri arrestarono i responsabili grazie alle dichiarazioni dei boss pentiti. 
  • Dicembre 2015, il Tribunale di Napoli ha condannato a 20 di carcere gli esponenti della fazione del clan che aveva architettato l'agguato e all'ergastolo l'esecutore materiale.
  • Marzo 2017, la Corte d'Assise d'Appello di Napoli (quarta sezione) ha condannato quattro esponenti della famiglia camorristica Venosa, legata al clan dei Casalesi, e un quinto imputato, Francesco Carannante, per l'omicidio di Paolo Coviello e Pasquale Pagano.
  • I quattro Venosa, l'anziano Umberto, e i parenti Salvatore, Pietropaolo e Raffaele, hanno avuto sconti di pena, passando dai 20 anni in primo grado a condanne tra i 13 e i 14 anni. Tutti pentiti, emisero dichiarazioni auto-accusatorie. L'unico imputato non pentito, Francesco Carannante, ha avuto 20 anni di carcere, a fronte della condanna di ergastolo in primo grado per una lettera, inviata alla Corte,  in cui ammetteva le proprie responsabilità per il delitto e le scuse. 

Il Racconto di Rosa Pagano, figlia di Pasquale

"Erano circa le 19:30, avevo 9 anni e mentre giocavo in cortile con mia sorella minore, lo vedemmo uscire. Dopo poco, un signore venne a bussare al portone, si affacciò mio nonno al quale l'uomo disse: «Mario tuo figlio ha avuto un incidente». In meno di un ora casa mia fu' colma di persone e carabinieri. Capimmo che era accaduto qualcosa di veramente grave".

"Nonostante noi tutti sapevamo fossero brave persone, che fossero vittime di un scambio di persona ci sono voluti ben 23 anni per toglierci di dosso il pregiudizio della gente che additavano mio padre come un delinquente solo perché ucciso in una sparatoria. Poco dopo conobbi Salvatore di Bona, figlio di Antonio di Bona e referente del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti. Grazie a lui ho conosciuto i familiari di vittime innocenti, le realtà associative che nascono da queste brutte esperienze e a raccontare la mia storia nelle scuole".

Parlatene, spiegatelo anche ai bambini. Trovate il modo e le parole giuste per spiegargli la verità perché tenerli all'oscuro, li spaventa più del non sapere le cose!

#Memoria: Event e intitolazioni per ricordare Pasquale Pagano

  • Ogni anno, la famiglia organizza una messa, intima, in suffragio per di Pasquale Pagano

 

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Federico Del Prete

Federico Del Prete, 44 anni

Federico Del Prete venne ucciso il 18 febbraio 2002 nel suo ufficio in un agguato camorristico a Casal di Principe. Il movente dell'omicidio è strettamente collegato al ruolo di Del Prete come rappresentante provinciale e presidente nazionale del Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti. In quanto tale, aveva denunciato gli abusi e le irregolarità amministrative riscontrate nelle fiere settimanali fino a spingersi a far luce sulle estorsioni di cui erano sistematicamente vittime i venditori ambulanti. In particolare, sulla vendita con metodo mafioso delle buste di plastica nei mercati rionali. Da quella denuncia, ne scaturì l'arresto di Mattia Sorrentino, vigile urbano di Mondragone, per il reato di estorsione. Federico Del Prete fu' assassinato per impedirgli di testimoniare al processo, della seconda sezione penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, fissata per il giorno seguente.

Storico giuridico

  • Nel 2009 - Il pentito di camorra Antonio Corvino, reo confesso dell'omicidio di Del Prete, viene condannato a 14 anni di reclusione. Nella sua deposizione, dichiara di aver coperto il ruolo di autista e accusa il cugino, Romolo Corvino, di essere come esecutore materiale.
  • Nei confronti di quest'ultimo non è stata emessa sentenza di condanna per un complicato meccanismo giuridico.
  • Ancora ignote le responsabilità dei mandanti. 

Il racconto di Gennaro Del Prete, figlio di Federico

"All'epoca avevo 22 anni ed ero in servizio a Bari come militare. Ricevetti una telefonata il 19 mattina da mia nonna che mi disse esplicitamente:«corri a casa, hanno ucciso tuo padre». Prima di allora non potevo dire di conoscerlo bene. I miei genitori divorziarono quando ero piccolo e solo negli ultimi anni decisi di mettere da parte il passato e instaurare un rapporto con lui. Sapevo della sua attività da sindacalista ma, vivendo prettamente in Puglia, lo vedevo di rado e non sapevo dei rischi a cui era esposto. Sentire che fosse stato ucciso dalla camorra fu un duro colpo. Pensi che, anche se cresci in un territorio dove sai che c'è e quali siano le dinamiche criminali, basti rimanerne estraneo per non esserne coinvolto".

"Nel 2007 la seconda ferita. Io e mio fratello, figli del primo matrimonio, venimmo esclusi dai benefici dovuti ai familiari delle vittime innocenti in quanto ritenuti -non fiscalmente a carico-. Mi sentii ancora una volta strappare il diritto di essere figlio di mio padre. Così decisi di ribellarmi portando la mia denuncia anche sulle reti mediatiche fino a incatenarmi al cancello di una caserma come forma di protesta. Diversi mesi dopo, il decreto venne modificato con l'attuale integrazione. Finalmente fui riconosciuto come il figlio di Federico Del Prete".

"Intanto, venni avvicinato dai referenti dell'associazione Libera, i quali, iniziarono ad includermi negli incontri scolastici. Nel raccontare la storia di mio padre sentivo ricostruire il mio legame con lui e imparavo a conoscerlo sempre di più. Mi iscrissi all'Università. I miei studi vertevano sempre sui temi sociali con un focus sulla criminalità organizzata. Un percorso di vita che mi ha aiutato a costruire la mia identità fino a ricoprire l'attuale ruolo di Funzionario di Serivzio Sociale presso il Ministero della Giustizia".

"In questi anni ho guardato negli occhi tanti ragazzi che hanno commesso atti illeciti anche gravi. Ho capito che anche loro, come me, avevano la rabbia nel cuore per le difficoltà della vita. La differenza tra noi era solo il come abbiamo utilizzato quella rabbia. Mentre io l'ho trasformata in impegno per riscattarmi e creare nuove opportunità, loro l'hanno espressa sotto forma di violenza. Lavoro con loro per costruire un mondo nuovo".

La legalità non è da intendersi come un atto di straordinarietà, bensì bisogna ritenerla come la normalità. Tutti noi possiamo costruire una società sana semplicemente compiendo quotidianamente gesti di normalità.

#Memoria: riconoscimenti e intitolazioni a Federico Del Prete

  • 17 marzo 2009, Casal di Principe (CE) - Medaglia d'Oro al Valor Civile «Per aver combattuto battaglie di legalità da sindacalista per gli operatori del settore del commercio ambulante e per aver efficacemente collaborato con le forze di polizia, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Altissimo esempio di impegno civile e di rigore morale, spinti fino all'estremo sacrificio».
  • 30 giugno 2009 - Inaugurazione del Presidio Libera Mondragone (CE) "Federico Del Prete".
  • Ottobre 2009 - Inaugurazione dell'Area mercato Federico Del Prete su un terreno confiscato a Santa Maria la Fossa.
  • NP data - Intitolato il Presidio Libera Frattamaggiore (NA)"Federico Del Prete"
  • Gennaio 2012 - Pubblicazione del libro:"A testa alta. Federico Del Prete: una storia di resistenza alla camorra", di Paolo Miggiano grazie al contributo di Gennaro del Prete, figlio del sindacalista.
  • 2012 - il libro ha ottenuto la "menzione speciale" da parte della giuria del "Premio Giancarlo Siani".
  • 2014 - il libro si aggiudica il "Premio Tulliola".
  • febbraio 2014 - Intitolazione Piazza Federico Del Prete a Casal di Principe. La piazza è proprio di fronte l'ufficio dove fu ucciso il sindacalista.
  • 18 febbraio 2016 - Intitolazione de Largo Federico Del Prete a Casal di Principe. Iniziativa promossa, oltre dal Comune, anche da: Federazione Antiracket Italiana,  il Comitato don Peppe Diana, Libera Caserta, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti e il consorzio Agrorinasce.
  • NP data - Intitolazione della strada Via Federico Del Prete a Frattamaggiore, nei pressi della caserma dei carabinieri. 
  • NP data - Intitolazione della strada Via Federico Del Prete ad Orta di Atella, nei pressi del cimitero.

Eventi dedicati a Federico Del Prete

  • 18 febbraio 2012 - In mattinata, l'incontro con le scuole: “Mafie, corruzione e lavoro: dieci anni dopo l’omicidio di Federico Del Prete”, presso la sede del Presidio di Libera Mondragone;
    Nel pomeriggio, Convegno: “Lavoro: giustizia e dignità. Un percorso di emancipazione dalla camorra”, presso la chiesa di San Nicola.
  • 21 febbraio 2014 - Momento di riflessione e presentazione del libro "A testa alta" nella sede del Teatro per la legalità, a Casal di Principe.
  • Febbraio 2015 - In occasione del 13° anniversario dell'uccisione, giornata di riflessione presso la Tenda di Abramo, a Caserta, organizzata da Agrorinasce e dal Forum del Terzo Settore della Provincia di Caserta.
  • 19 febbraio 2019 - Presso la sede di "Sottoterra Movimento Antimafie" gli studenti dell'ISIS "Gaetano Filangieri", nell'ambito del progetto Scuola e Volontariato del CSV Napoli, hanno realizzato buste ecosolidali utilizzate poi per una raccolta alimentare sul territorio da donare a persone in difficoltà segnalate dalla Caritas. 
  • 21 marzo 2019 - Corso per docenti presso la sala del Comprensivo Cimarosa di Aversa, promosso da Libera Scuola insieme al Comitato don Peppe Diana con il patrocinio dell’Università Suor Orsola Benincasa.
  • 19 febbraio 2020 - Convegno: “Legalità e tutela delle vittime. Il ricordo di Federico Del Prete” presso la Sala delle Conferenze al Palazzo Theodori Bianchelli – Camera dei Deputati. Durante l'evento è stata presentata la nuova associazione Memoriae e la borsa di studio/lavoro per i minori in area penale.

L'impegno sociale di Gennaro Del Prete:

Fin da subito l'impegno di Gennaro è stato encomiabile. Tra la tante attività svolte in collaborazione, ricordiamo le principali da lui fondate:

Il 29 ottobre 2011, Gennaro Del Prete riceve il premio nazionale "Paolo Borsellino 2011" per la categoria: "Impegno sociale e civile".

Nel 2012 incarica di scrivere il libro "A testa alta - Federico Del Prete una storia di Resistenza alla Camorra". Di Paolo Miggiano con il contributo di Gennaro Del Prete, edizione Di Girolamo.

Nel 2013, fonda l'associazione di promozione sociale: "Un Mondo Nuovo Federico Del Prete". Con la medesima edita la canzone "Non Mollare" insieme al gruppo Rap "i riscatto Crew"

Il 24 aprile 2015 nasce la Cooperativa Ventuno. Una start-up che propone prodotti ecologici e compostabili, dai bioshopper ai prodotti per l’agricoltura a quelli usa e getta per la ristorazione. Ispirata dal sacrificio di Federico Del Prete, è stata ideata da Gennaro Del Prete e Massimiliano Noviello, figlio di Domenico Noviello

Il 20 dicembre 2019, con la poesia "Febbraio", Gennaro vince il 1° premio della sezione "Poesie in vernacolo" alla XXII Edizione del: “Concorso Internazionale Artistico - Letterario Antonio de Curtis: (Totò), Principe, Maschera, Poeta” organizzata dall'Associazione Amici di Totò … a prescindere! Onlus

Il 2 febbraio 2020 nasce l'Associazione Memoriae con la quale promuovere la memoria delle vittime innocenti della criminalità e abilitare percorsi di reinserimento dei minori in area penitenziaria.

Resta Connesso con Gennaro Del Prete 

Per continuare ad essere aggiornato su eventi e manifestazioni in memoria di Federico Del Prete. 
Segui la pagina Facebook: @gendelprete

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18 febbraio 2020, ROMA - Le vittime delle mafie, e i loro familiari, possono ottenere giustizia quando gli vengono riconosciuti i diritti che gli spettano e guai a definirli semplicemente "benefici". Per incalzare la richiesta, centinaia di familiari delle vittime della criminalità sono giunti da tutta italia per protestare pacificamente davanti al Parlamento. Non sono serviti slogan, a parlare erano i nomi, foto, maglie delle tante vittime le quali ben il 75% non ha ancora avuto giustizia.

diritti vivi familiari

A Montecitorio, le parole di don Luigi Ciotti, Presidente di "Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie", sono più che esplicite: «Mentre alla Camera si vota la fiducia al Mille proroghe frutto di faticosi compromessi, noi siamo qui in piazza in silenzio ad esprimere la nostra sfiducia. Non dobbiamo mai dimenticare le cose positive di questi anni, vogliamo continuare a dare fiducia alla politica seria. Però dobbiamo alzare la voce quando qualcuno sceglie il silenzio. Non possiamo stare zitti e inermi. La mafia più pericolosa è la mafia delle parole, è immobilismo, la burocrazia, il promettere e non fare. Non una protesta sterile. Non è elemosina ma diritti. Le vittime non sono un marchio da usare quando fa comodo». 

diritti vivi
Don Luigi Ciotti e i familiari delle vittime innocenti, accolti dal Presidente della Camera, Roberto Fico

Inoltre, una delegazione dei familiari con don Ciotti sono stati accolti dal Presidente della Camera, Roberto Fico. «Le Istituzioni hanno il dovere di ascoltare, mantenere alta l'attenzione e lavorare in modo sinergico al loro fianco, dando risposte concrete» dichiara il leader politico. La promessa è di istituire un tavolo di lavoro per affrontare i temi avanzati dal movimento. «Abbiamo speranza - annuncia soddisfatto il portavoce dei familiari - Tocca a noi essere più vivi. Facciamo parlare quelle foto. Sono il grido del nome dei vostri cari».

Diritti per le vittime di mafie, l'Appello di Libera

diritti vivi locandinaLibera promuove, fin dalla sua nascita, molteplici attività che tutelino le vittime delle mafie. In questi 25 anni in cui l'associazione ha supportato i familiari, ci si è resi conto, dai racconti degli stessi, che spesso la dignità delle vittime veniva calpestata dalla complessità delle normative e dalle tempistiche giudiziarie. È arrivato il momento di porvi maggiore attenzione. Ecco le richieste citate nel manifesto: 

  • Che sia riconosciuto lo status di Vittima di mafia anche alle persone che hanno perso la vita a causa di eventi delittuosi di stampo mafioso in data antecedente al 1 gennaio 1961 e per le quali ricorrano i presupposti per il riconoscimento medesimo;
  • Che l'equiparazione delle vittime del dovere e delle mafie alle vittime del terrorismo, al fine di evitare ulteriori disparità tra le vittime in base alla tipologia dell’evento delittuoso;
  • Che riguardo all'estraneità della vittima e dei suoi familiari fino al 4 grado, così come previsto dalle norme, sia effettuata una valutazione caso per caso, relativamente alle frequentazioni del superstite e dei familiari della vittima e non sul grado di parentela;
  • Che in materia di prescrizioni e decadenze, previste anche da una recente circolare del Ministero dell’Interno, sia fatta un’attenta ed urgente riflessione per evitare interpretazioni ingiustamente restrittive;
  • Un riordino ragionato di tutte le norme che disciplinino i diritti (benefici) previsti a favore delle vittime delle mafie, al fine di rendere effettiva la fruizione che rispetto ad alcuni punti fondamentali resta molto spesso solo sulla carta; così come chiediamo che i tempi della valutazione delle singole istanze non si dilatino a dismisura;
  • Che l’attenzione alla vittima venga posta al centro della riflessione del legislatore, al fine di rendere operative anche in Italia le direttive europee in materia di tutela della vittima e dei suoi familiari, ad essa equiparati, in particolare rispetto alla stessa posizione dei familiari delle vittime nel processo, visibilmente limitata rispetto a quella del reo, data anche la natura reocentrica del nostro sistema processuale penale;
  • Promuoviamo un sostegno alle vittime dei reati intenzionali violenti, cosiddetta criminalità comune, al fine di non lasciare sola nessuna persona resa vittima da gravi episodi di violenza.
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Vincenzo D'Anna

Vincenzo D'Anna, 60 anni - 12 febbraio 1993

Vincenzo D'Anna e suo figlio minore avevano una ditta edile a Secondigliano. In quel periodo erano impegnati proprio di fronte casa con un lavoro a Villa Lucia. Appena piazzati i ponteggi arrivarono le richieste di tangenti. Dopo qualche pressione che hanno portato più volte alla sospensione dei lavori, Vincenzo continua sulla decisione di non pagare. La camorra decise di estorcergli i soldi diversamente. Sapevano che ogni fine settimana l'uomo pagava i dipendenti, quindi, si presentarono all'occasione con lo scopo di rapinarlo. Arrivarono in due su uno scooter ma, all'ennesimo rifiuto di consegnare i soldi, decisero di fare fuoco. Ferito, Vincenzo scappò verso l'altra uscita della villa dove fu' soccorso dal figlio. Una corsa in auto verso l'ospedale Don Bosco. Purtroppo, l'uomo aveva perso troppo sangue.

Storico giuridico

  • Gli esecutori materiali non sono mai stati identificati per mancanza di testimoni.
  • Il mandante fu' condannato in primo grado a 10 anni di reclusione
  • In seguito, la Cassazione gli ha attribuito otto anni.

La Testimonianza di Emilio D'Anna, figlio di Vincenzo

"All'epoca ero sposato e non vivevo più dai miei genitori ma, avevo l'abitudine di andare spesso a trovarli. Quando quel giorno arrivai sotto il loro palazzo, fu' mia madre a darmi la notizia che mio padre era stato sparato e si trovava in ospedale con mio fratello. Corsi da loro ma fu' praticamente inutile. Rientrando, trovai casa piena di agenti che indagavano e perquisivano. Fui pervaso da un unico pensiero:-Hanno ucciso mio padre, non possono farli vincere-. Radunai gli ufficiali e mi chiusi in salone con loro raccontandogli tutto. All'inizio abbiamo avuto paura per essere stati coinvolti in una vicenda del genere. Non puoi sapere cosa possa capitare a te. Ti senti crollare il mondo addosso. Poiché avevo testimoniato, ricevetti delle minacce. Amici e parenti iniziarono ad evitare il discorso per paura di ritorsioni". Per fortuna Vincenzo D'Anna era solito appuntare tutto su un'agenda. Tutti i dettagli sui fermi, le richieste di estorsioni, movimenti, hanno contribuito alle indagini portando all'arresto del mandante dell'esecuzione. "Un periodo davvero brutto durato circa 6 anni tra processi a appelli".

Nonostante tutte le difficoltà, Emilio si dice ottimista e porta il suo messaggio di speranza e coraggio nelle scuole. Il suo appello va alle Istituzioni affinché i giovani possano avere diritti e dignità per non cadere nella trappola della camorra.

"È importante che dalle Istituzioni parta sia l'educazione del "problema" camorra sia un impegno alle soluzioni. La mancanza di lavoro e dei servizi basilari, come la sanità e l'istruzione, sono il pane di cui si nutre la criminalità".

#Memoria: eventi & intitolazioni per Vincenzo D'Anna

  • Ogni anno viene celebrata una messa in suffragio
  • 18 ottobre 2019 - piantumazione di un albero di limone presso l’IC “V. Mennella” e l’IPS “V. Telese di Lacco Armeno (Ischia) organizzato dal presidio Libera locale. 

     

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8 febbraio 2020, Casal di Principe - Le porte dello stadio "Angelo Scalzone" si sono aperte per accogliere la manifestazione sportiva "Fai gol per la memoria". Una partita di calcio per ricordare Antonio Petito, vittima innocente della camorra casalese. Una rappresentanza dei familiari delle vittime innocenti della Campania e gli impiegati comunali di Casal di Principe, si sono sfidati per ricordare il ragazzo di 20 anni strappato alla vita dalla mano criminale. Presenti all'evento, per stringersi al dolore della famiglia Petito, le Istituzioni, le associazioni e una rappresentanza scolastica.

locandina Antonio Petito

Dopo i consueti saluti Istituzionali, Mario Petito, papà di Antonio, dà il calcio di inizio. L’iniziativa è stata promossa dalla stretta interazione e collaborazione di: Fondazione Polis, Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti, Comitato don Peppe Diana, Federazione Antiracket, Libera contro le mafie, Comune di Casal di Principe. Nell'intervallo tra i due tempi della partita, in un'area verde dello stadio, è stato piantato un albero di Leccio intitolato al giovane Antonio Petito. "È un albero le cui radici affondano in profondità rendendo l'albero stabile e forte, proprio come la memoria per Antonio" afferma Renato Natale, Sindaco di Casal di Principe, durante la piantumazione. La partita si conclude 7 - 5 per la squadra di casa. Presenti all'evento anche:

  • Valerio Taglione, coordinatore del Comitato don Peppe Diana. "Ricordiamo Antonio Petito, ragazzo di vent'anni ucciso in maniera atroce. In campo ci sono i familiari delle vittime che hanno deciso che il loro dolore va raccontato e vissuto in mezzo alla gente, per costruire qualcosa di diverso in queste terre".
  • Luigi Frunzio, Procuratore della Repubblica aggiunto del Tribunale di Napoli. "Queste iniziative servono a tenere viva la memoria su fatti drammatici. La criminalità è sempre più ridotta in un angolo ma, purtroppo, lo spazio per i criminali c’è sempre. Occorre uno sviluppo civile e sociale di questi territori per prosciugare il terreno di coltura della criminalità".
  • Carmen del Core, Presidentessa del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti. "Oggi combattiamo tutti per poter fare un unico gol, quella della memoria di Antonio Petito perché la memoria non si cancella. Dobbiamo partire dalle tragedie che hanno segnato le nostre vite per fare memoria, che è anche la forza e la capacità di coniugare il passato con il futuro".

8 febbraio 2002, il ricordo di Mario Petito, papà di Antonio

Antonio era l'ultimo di sette figli e possedeva un’officina meccanica. "Gli avevo comprato un’auto nuova che teneva sempre pulita come uno specchio. Quel giorno con i tergicristalli stava pulendo delle macchie sui vetri". Uno spruzzo d’acqua colpì un ragazzo di 13 anni che iniziò ad inveire contro Antonio. A poco servirono le giustificazioni del giovane Petito che cercò di difendersi a suo modo dalle offese. Purtroppo, quel ragazzino era il figlio del boss Bidognetti che, sentitosi oltraggiato per il gesto fatto in pubblico, minacciò Antonio «Per stasera sarai morto». Verso sera, arrivarono tre killer a bordo di un’Audi A6. Furono inviati dalla mamma del ragazzino per “difendere l’onore del clan”. Antonio Petito fu ucciso con ben 12 colpi, "una morte assurda!". 

Ad oggi, dopo oltre dieci anni e dopo l’archiviazione dell’indagine, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, hanno chiarito il movente dell’omicidio anche grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia. Per l’omicidio sono state emesse ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei tre esecutori materiali.

Leggi la Storia di:  Antonio Petito

 Guarda la gallery dell'evento: "fai gol per la Memoria" - memorial Antonio Petito 2020

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Secondigliano ha omaggiato Gianluca Cimminiello, 31enne vittima innocente della camorra, nella decima ricorrenza del suo assassinio. L'evento si è svolto presso l'Istituto comprensivo "Sauro-Errico-Pascoli" dove, oltre ai consueti interventi, è stato valorizzato il tronco di un albero tagliato nel cortile della scuola. L'opera, realizzata dall'artista Maria Cammarota, ripercorre la memoria di Gianluca la cui vita, spezzata dalla mano criminale, continua nelle sue radici e, con esse, a camminare con i suoi familiari, i suoi affetti, le persone che rappresentano la parte sana della nostra società. 

Oggi, odio e rabbia in Susy non esistono più. "Tutto questo grazie anche a voi presenti che mi siete stati vicino e grazie a persone come Don Luigi Ciotti che mi ha insegnato e indicato la strada giusta" dichiara la donna.
"Ho imparato che la Memoria è importante perché i giovani hanno bisogno di racconto, di chiarezza, di storia documentata. I nostri ragazzi hanno bisogno di sapere da che parte stare per vincere e dove invece si perde sempre, prima o poi.
Ho imparato che un percorso di memoria non è giusto e non serve se non si include nel progetto anche il colpevole.
Le radici siamo noi, i suoi familiari, i suoi amici e attraverso noi Gianluca continua a vivere".

"Essere qui oggi è importante perché non si deve dimenticare la morte innocente di un ragazzo della nostra terra pieno di vita, di passioni che voleva una vita normale - ha dichiarato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris - ma siamo qui per stare vicino a Susy che in questi anni si è tanto impegnata per la giustizia e la verità".

2 febbraio 2010, il ricordo di Susy Cimminiello

"Quel giorno ero a casa che facevo li ultimi preparativi del mio matrimonio previsto per l'11 febbraio. Avevo un dolore alla spalla insopportabile così chiamai mia madre per un aiuto. Mi fece recapitare delle medicine che non conoscevo quindi la richiamai per consigli sull'uso. Lei era vaga e agitata e, quando le chiesi cosa avesse, mi disse di far andare mio marito dai carabinieri perché la fidanzata di Gianluca era in caserma". Poco dopo sopraggiunge anche la telefonata della sorella che mette al corrente Susy della notizia, vista dal nipote, di un morto fuori al centro di tatuaggi. "Presa dal panico, decisi di andare fuori all'attività di Gianluca. Il primo pensiero fu per il litigio del giorno prima". Ovvero, degli emissari del clan locale, si diressero da Gianluca per atti intimidatori ma, essendo il ragazzo esperto di arti marziali, furono prevalsi. "Nella folla non capivo nulla! Tra i tanti, incontrai gli amici di mio fratello ma, quando gli chiedevo dove fosse mio fratello, come risposta ottenevo solo pianti. infine la consapevolezza:- ma è Gianluca l'uomo a terra?- uno di loro affermò il mio timore, per me fu' il gelo".

Fin dal primo momento Susy e la famiglia, così come la fidanzata di Gianluca, hanno collaborato con le forze dell'ordine. "Raccontammo tutto quello che era successo nei giorni precedenti, non ci saremmo mai aspettati potessero arrivare a tanto. Avevamo paura è vero, ma per amore ho imparato a gestire la paura e a non farmi frenare. Mio fratello era un bravo ragazzo ucciso dalla camorra e io ero disposta a morire per lui affinché ottenesse giustizia".

La trasformazione del dolore

Si sente fortunata Susy ad aver conosciuto le realtà associative come Libera contro le mafie e altri familiari di vittime innocenti. Nel tempo l'han portata in scuole, manifestazioni, carceri, per raccontare la sua storia. "Questo percorso mi ha aiutato tanto a maturare il dolore. Fin dall'inizio ero piena di rabbia per l'ingiustizia ricevuta, poi, quando a due mesi dall'accaduto fu' arrestato il killer di Gianluca e iniziò il processo, ero lì in aula che lo osservavo. Era un uomo come noi. Nessun segno che potesse far intuire di essere una persona che ammazza per soldi. Così mi chiesi:- cosa mai può essere successo nella sua vita per fargli prendere questa strada?- Le tante ipotesi mi fecero man mano allontanare dalla mia rabbia e avvicinarmi alla voglia di fare qualcosa per il territorio affinché nessun altro abbia quelle mancanze che lo spingano a scegliere la strada della violenza anziché quella del lavoro onesto. Ad oggi, Susy ricopre il ruolo di Assessore della seconda Municipalità e lotta anche per i "carnefici". "Se la nostra società diventa un posto migliore, queste storie non si ripeteranno. Inoltre, il più grande gesto di rivalsa verso chi ti ferisce, è quello di sostituire le parole di odio con parole d'amore. Siamo tutti parte dello stesso mondo, tutti abbiamo fatto scelte che possono sempre cambiare finché si è vivi. Se questo mio messaggio porterà a riflettere queste persone, a capire che esiste anche una giustizia riparativa".

 

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Antonio Petito

Antonio Petito, 20 anni - 8 febbraio 2002

Nel tardo pomeriggio del 8 febbraio del 2002, Antonio Petito venne ammazzato a Casal di Principe per vendetta diretta.

Antonio era l'ultimo di sette figli e possedeva un’officina meccanica. "Gli avevo comprato un’auto nuova che teneva sempre pulita come uno specchio. Quel giorno con i tergicristalli stava pulendo delle macchie sui vetri". Uno spruzzo d’acqua colpì un ragazzo di 13 anni che iniziò ad inveire contro Antonio. A poco servirono le giustificazioni del giovane Petito che cercò di difendersi a suo modo dalle offese. Purtroppo, quel ragazzino era il figlio del boss Bidognetti che, sentitosi oltraggiato per il gesto fatto in pubblico, minacciò Antonio lasciandolo con un: «Per stasera sarai morto». Verso sera, arrivarono tre killer a bordo di un’Audi A6. Furono inviati dalla mamma del ragazzino per "difendere l’onore del clan". Antonio Petito fu ucciso con ben 12 colpi, "una morte assurda!". 

Storico Giuridico

  • Le indagini furono presto archiviate
  • Dopo oltre dieci anni, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, hanno chiarito il movente dell’omicidio anche grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia.
  • Per l’omicidio sono state emesse ordinanze di custodia cautelare nei confronti dei tre esecutori materiali.

#Memoria: eventi & intitolazioni per Antonio Petito

  • 8 febbraio 2020: "Fai gol per la Memoria" - partita di calcio presso lo stadio "Angelo Scalzone" di Casal di Principe. con intitolazione di un albero di Leccio

 

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Pasquale Campanello

Pasquale Campanello, 33 anni 

L’8 febbraio 1993, il sovrintendente Pasquale Campanello venne ucciso con 15 colpi di pistola mentre smonta dal servizio presso la Casa Circondariale di Poggioreale. L'uomo lavorava come agente della polizia penitenziaria presso il braccio Venezia, ovvero, il reparto di massima sicurezza. Il movente più plausibile, per una così brutale esecuzione, è una probabile opposizione alle richieste di favoritismi dei boss in regime di detenzione.

Storico giuridico

  • A distanza di anni non sono stati ancora individuati e condannati i responsabili dell’omicidio.
  • Pasquale Campanello è riconosciuto come Vittima del dovere dal Ministero dell’Interno.

La Testimonianza di Antonietta Oliva, moglie di Pasquale

"Come tutti i giorni, ero in casa con i miei figli che aspettavo il rientro di Pasquale da lavoro. Da poco erano passate le 17:00 e sentì bussare il campanello di casa. Dallo spioncino vidi un uomo dall'aspetto un po' rude che mi diceva di appartenere alla Polizia di Stato. Ricordando le raccomandazioni di mio marito non aprii subito. Chiesi a quell'uomo di aspettare giù al palazzo, che a breve sarebbe rientrato mio marito e avrebbe potuto parlare direttamente con lui. Invece, dopo circa 10 minuti, l'uomo ritorna con una donna in divisa. Quando li feci entrare, iniziarono a farmi delle domande un po' vaghe su mio marito. Nel frattempo la poliziotta inizia ad aprire a caso tra i cassetti del salone e quando trovò una foto di Pasquale disse «Però, era proprio un bel ragazzo». Lì mi sentii congelare. Mi affacciai al balcone e vidi che c'era una folla sotto al palazzo. Così capi che era successo qualcosa di grave. Prima di tutto ciò, ero convinta che una persona onesta, che svolge con impegno e umiltà il proprio lavoro, non potesse esser messo in discussione o addirittura essere ammazzato".

"I primi anni ho vissuto il mio dolore all'interno delle quattro mura con la mia famiglia. Fin da subito, per amore dei miei figli, nascondevo la mia sofferenza per poter dare a loro tutto il mio sostegno. Avevano perso il papà, dovevo rassicurarli che non avrebbero perso anche me. Intanto, nonostante in casa si ricordava Pasquale raccontando a Silvia e Armando del loro papà, iniziavo a realizzare che la comunità voleva dimenticare quanto fosse accaduto. Non potevo permetterlo, ma all'epoca non sapevo come fare. Ironia della sorte, quando mio figlio Armando iniziò le scuole medie si ritrovò come professore Marco Cillo, allora referente di Libera Avellino. Dalla prima telefona, in cui mi spiegò cosa facesse l'associazione, mi coinvolse per le testimonianze nelle scuole". 

Consegno ai giovani i valori e gli ideali che ho ereditato e insegnato ai miei figli. Come una staffetta amo trasmetterli a chi incontro nelle scuole cosicché, guardando i miei occhi e ascoltando la mia storia, possano comprendere il dolore che provocano le mafie e scegliere di non farne parte.

#Memoria: luoghi intitolati a Pasquale Campanello

  • febbraio 2015 - Centro sociale a Torrette di Mercogliano, Via Nazionale Torrette, 143.
  • 6 luglio 2015 - Presidio Libera di Atripalda.
  • 20 marzo 2017 - Una traversa di via Annarumma (Avellino) con targa "vittima del dovere".
  • 8 febbraio 2020 - Albero di ulivo presso L'Istituto Agrario "Francesco De Sanctis" di Avellino

Eventi per ricordare Pasquale Campanello

  • 8 febbraio 2013 - Fiaccolata organizzata dal Libera Avellino.
  • 8 febbraio 2014 - "Una luce per chiedere verità e giustizia", una candela davanti al Tribunale di Avellino accesa dal referente del Presidio di Libera Avellino.
  • 6 luglio 2015 - Inaugurazione del presidio di Libera Atripalda dedicato a Pasquale Campanello.
  • 15 novembre 2015 - Primo "Premio Pasquale Campanello - premio per l'impegno quotidiano". Consegnato a Torrette di Mercogliano presso il centro sociale intitolato al sovrintendente.
  • 07 dicembre 2016 - II Edizione del ""Premio Pasquale Campanello" presso la sala consiliare del Palazzo Civico di Atripalda.
  • 19 novembre 2017 - III edizione del "Premio Pasquale Campanello - premio per l'impegno quotidiano" presso la Chiesa di S. Nicola da Tolentino, Atripalda.
  • 16 novembre 2018 - IV Edizione del "Premio Pasquale Campanello” con la presentazione del docu-film: “Un giorno come tanti”, realizzato da Giovanni Centrella. Il cortometraggio è stato proiettato gratuitamente presso il Teatro D’Europa di Cesinali.
  • 8 febbraio 2020 - Torneo di pallavolo presso l' ISISS "De Luca";
    Dibattito sulle mafie presso l'Istituto Agrario "Francesco De Sanctis" con piantumazione di un ulivo con targa in memoria di Campanello;
    Incontro con gli studenti presso l' IC di Aiello del Sabato.
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Gianluca Cimminiello

Gianluca Cimminiello, 31 anni 

Il 2 febbraio 2010 Gianluca venne freddato alla porta del suo studio "Zendark tattoo" come vendetta per essersi opposto alla violenza del clan locale che voleva sottometterlo. Come ogni mattina il ragazzo era nel suo centro, sulla Circumvallazione esterna nel tratto di Casavatore. Precedentemente all'accaduto aveva pubblicato, sul suo profilo Facebook, una foto che lo ritraeva con un noto calciatore. Questa foto fu presa come oltraggio da Vincenzo Donniacuo, tatuatore di Melito, che chiese al clan di riferimento di punire lo sgarro. Così, di sabato si presentarono tre persone ma, essendo Gianluca un esperto di arti marziali, quando la discussione degenerò, riuscì a sopraffare i suoi aggressori evitando il pestaggio e a farli scappare. Tre giorni dopo, secondo l'accusa, Vincenzo Russo si presentò allo "Zendark tatoo" e, facendo uscire con una scusa il titolare all'esterno, gli sparò al torace. Nonostante il colpo ricevuto, Gianluca riesce a rientrare nel suo negozio ma il killer lo raggiunse sparando ancora due volte.

Storico giuridico

  • La famiglia di Gianluca, costituita parte civile nel processo, ha seguito ogni evoluzione del caso. Fondamentale nel processo è la testimonianza della fidanzata di Gianluca come testimone di giustizia.
  • Le manette scattano per Vincenzo Russo, 29 anni, pregiudicato di Melito ritenuto affiliato al clan degli scissionisti, arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di Castello di Cisterna per l'accusa di omicidio con aggravante mafiosa. «Agito con metodi mafiosi al fine di agevolare le attività dell'associazione camorristica facente capo a Cesare Pagano».
  • Febbraio 2012 - Vincenzo Russo viene condannato all'ergastolo dalla Corte di Assise di Napoli, condanna confermata anche in appello nel 2013.
  • Marzo 2015 - la Corte di Cassazione stabilisce che deve essere nuovamente ricelebrato il processo di secondo grado.
  • 30 giugno 2018 - La Corte di Cassazione conferma l'ergastolo per Arcangelo Abete e Raffaele Aprea, ritenuti mandante e organizzatore dell'omicidio.
  • 25 giugno 2020 - La Quarta Corte di Assise Appello conferma la condanna di ergastolo per:
    Arcangelo Abete, boss degli scissionisti di Secondigliano ritenuto mandante;
    - Raffaele Aprea, ritenuto esecutore materiale del delitto così come era confermata per Russo. 

 

Testimonianza di Susy Cimminiello, sorella di Gianluca

"Quel giorno ero a casa che facevo gli ultimi preparativi del mio matrimonio previsto per il 13 febbraio. Avevo un dolore alla spalla insopportabile così chiamai mia madre per un aiuto. Lei era vaga e agitata e, quando le chiesi cosa avesse, mi disse di far andare mio marito dai carabinieri perché la fidanzata di Gianluca era in caserma. Poco dopo ricevetti anche la telefonata di mia sorella perché mio nipote aveva letto la notizia di un morto fuori al centro di tatuaggi. Presa dal panico, decisi di andare fuori all'attività di Gianluca. Il primo pensiero fu per il litigio di qualche giorno prima. Nella folla non capivo nulla! In mezzo al casino incontrai gli amici di mio fratello a cui chiedevo dove fosse Gianluca. Niente, nessuno mi rispondeva, poi vedendoli piangere intuì:- ma è Gianluca l'uomo a terra?- uno di loro scoppiò in lacrime confermando il mio timore. Per me fu' il gelo. Fin dal primo momento raccontammo tutto. Avevamo paura è vero, ma per amore ho imparato a gestire la paura. Mio fratello era un bravo ragazzo ucciso dalla camorra e io ero disposta a morire per lui affinché ottenesse giustizia".

"All'inizio ero piena di rabbia per l'ingiustizia ricevuta, poi però, nell'aula durante il processo, avevo davanti il killer di Gianluca. Lo osservavo e vedevo che infondo era un uomo come noi. Nessun segno che potesse far intuire di essere una persona che ammazza per soldi. Così mi chiesi: «Cosa mai può essere successo nella sua vita per fargli prendere questa strada?»
Le risposte che mi davo mi facevano ragionare al punto da far crescere in me la voglia di fare qualcosa per il territorio così ché, nessun altro, abbia quelle mancanze che lo spingano a scegliere la strada della violenza e non quella del lavoro onesto.
Se la nostra società diventa un posto migliore, queste storie non si ripeteranno. Inoltre, il più grande gesto di rivalsa verso chi ti ferisce, è quello di sostituire le parole di odio con parole d'amore".

Siamo tutti parte dello stesso mondo, tutti abbiamo fatto scelte che possono sempre cambiare finché si è vivi. Spero che questo mio messaggio porterà a riflettere queste persone, a capire che esiste anche una giustizia riparativa.

#Memoria: luoghi intitolati a Gianluca Cimminiello

  • 6 Maggio 2014 - Inaugurazione di una targa per le vittime innocenti della violenza e della camorra. La targa risiede presso la palestra "Gianni Maddaloni", punto di riferimento del quartiere. La mattinata è stata dedicata a Gianluca Cimminiello e a Maurizio Estate.
  • 24 novembre 2016 - Menzione nel libro: "La camorra dalla A alla Z" di Bruno de Stefano. Editore Newton Compton Editori
  • 13 giugno 2018 - La storia di Gianluca è nel libro "Un giorno per la Memoria", curatrice Anna Copertino.
  • 15 novembre 2018 - Intitolazione della palestra "Piantedosi" dell'IC "61 Sauro Errico Pascoli" di Secondigliano.
  • 3 febbraio 2020 - Inaugurazione nella medesima scuola, della scultura "Il sogno nel cassetto di Gianluca" realizzata da Maria Cammarota. 

Eventi in memoria di Gianluca Cimminiello

  • 2 febbraio 2011 - Fiaccolata organizzata dalla famiglia Cimminiello.
  • Febbraio 2013 - Dedicato lo spettacolo teatrale "Quartieri spagnoli". Autore e Regista: Gianfranco Gallo, messo in scena al Trianon di Napoli.
  • 10 marzo 2013 - Maratona della legalità dedicato oltre alla memoria di Gianluca Cimminiello anche a: Dario Scherillo, Attilio Romanò, Andrea Nollino. organizzata con la collaborazione di Libera Sport, della Nuova Cooperazione Organizzata di don Peppe Diana e della Fondazione Po.li.s. Evento 
  • Novembre 2014 - Inaugurata "la Casa della Cultura" a Pianura. Ognuna delle 15 sale della struttura è intitolata ad una vittima innocente tra cui Cimminiello.
  • 18 dicembre 2014 - Memorial con esibizioni di Judo, presso il CSS "Maddaloni", organizzato dal presidio Libera e l'assessorato ai giovani.
  • 2 febbario 2015 - Prima Edizione del Premio "Gianluca Cimminiello" organizzata dal presidio di Libera Vomero-Arenella di concerto con la famiglia Cimminiello. Il premio si è svolto presso la palestra Fitness Villagge con l'assegnazione di due borse di studio per lo sport a favore dei giovani napoletani.
  • Il Premio si svolge tutti gli anni in prossimità del 2 febbraio.
  • 26 novembre 2015 - "Iocigioco" , evento ludico in sostegno al II Premio "Gianluca Cimminiello"
  • 27 dicembre 2015 - Tombolata, raccolta fondi per il II Premio "Gianluca Cimminiello"
  • 13 dicembre 2016 - Consegna simbolica del Diploma come "Maestro di kick boxing". 
  • 3 febbraio 2020 - 10 anni di memoria presso il plesso Piantedosi dell'I.C. "61° SAURO ERRICO PASCOLI" con la presentazione della scultura "Il sogno nel cassetto di Gianluca", realizzata da Maria Cammarota.

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Gianluca Cimminiello, Artista Vero, vittima innocente della camorra

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